Dibattito che sostiene le proposte federaliste:

Introduzione

La sezione MFE Valpolicella propone un dibattito sul tema della transizione ecologica e il suo controllo democratico. I temi che verranno affrontati sono:

  • la situazione in Italia relativa all’implementazione delle riforme ecologiche, con particolare attenzione al tema locale della qualità dell’aria;
  • perché è necessario dare all’ Unione Europea nuove competenze in materia fiscale, quindi attuare una riforma dei trattati esistenti, al fine di realizzare in pieno l’ European Green Deal;
  • le condizioni finanziarie per il successo dell’ European Green Deal e il ruolo della Conferenza sul Futuro dell’Europa.

Sono intervenuti:

  • 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐚 𝐑𝐨𝐭𝐭𝐚, 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐀𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐚𝐦𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐞𝐩𝐮𝐭𝐚𝐭𝐢;
  • 𝐌𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐌𝐚𝐥𝐜𝐨𝐯𝐚𝐭𝐢, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐞𝐚 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚, 𝐔𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐭𝐮𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐨;
  • 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐀𝐧𝐬𝐞𝐥𝐦𝐢, 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐨𝐯𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐞𝐨.

L’evento è aperto a tutti e sarà trasmesso nella pagina FB del MFE di Valpolicella.

Relazione evento

𝐀𝐫𝐠𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐮𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞 𝐢𝐧 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐔𝐧𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐞𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐧𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚 (𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐞𝐚𝐧 𝐆𝐫𝐞𝐞𝐧 𝐃𝐞𝐚𝐥) 𝐞 𝐥𝐞 𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐌𝐅𝐄 𝐫𝐢𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐢𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐦𝐚𝐧𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚.

La segretaria della sezione, Anne Parry, ha introdotto la serata con l’invito a sostenere l’appello dei Cittadini Europei contro il riscaldamento globale (https://www.stopglobalwarming.eu/), cui hanno aderito cinque comuni della Valpolicella: Negrar, Marano, Fumane, Sant’Ambrogio di Valpolicella e Bussolengo. Già a dicembre, in un precedente incontro, si era ragionato su una proposta di legge quadro sull’inquinamento dell’aria proposta dall’Ing. Carlo Battistella, con la consapevolezza che l’Italia è purtroppo la prima in Europa per morti premature da esposizione alle polveri sottili. Non a caso, nel 2018 la Commissione UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia per la sistematica violazione dei limiti dei valori di particolato PM e biossido di azoto.

L’onorevole Alessia Rotta, nel suo intervento introduttivo, ha evidenziato come il PNRR tenga doverosamente conto dei rilievi mossi dall’Europa all’Italia, definendo due priorità: la difesa della qualità dell’aria e la necessità di ridurre il consumo di fonti fossili e le conseguenti emissioni nocive. Questa volta i soldi ci sono, servono risposte efficaci da parte della politica e serve una mobilitazione dei cittadini. Quest’anno è inoltre in programma su scala mondiale la ventiseiesima Conferenza sul cambiamento climatico (COP26), che si terrà a novembre a Glasgow. Questo summit delle Nazioni Unite sull’ambiente si svolgerà nel Regno Unito ma in parte anche in Italia, a Milano e a Roma. Deve essere l’occasione per armonizzare le politiche ambientali dei paesi membri prima che sia davvero troppo tardi. L’Europa, nonostante una sua storica sensibilità sull’ambiente, è ancora il luogo in cui si possono pagare meno le tasse e meno i lavoratori. La finanza può svolgere un ruolo di stimolo, se adeguatamente sostenuta dalla politica, decidendo di finanziare solo le aziende disposte ad adeguarsi ai criteri della sostenibilità ambientale.

Il professor Massimo Malcovati è partito dall’affermazione che, nonostante i progressi compiuti dalla Conferenza di Rio (1992), ci sia ancora molto da fare sull’ambiente. La sfida ambientale può essere affrontata e, forse, superata, ma solo con un cambiamento radicale del modello di sviluppo, che richiede costi sociali e culturali enormi e una forte volontà politica. I primi due decenni del secolo sono stati caratterizzati da grandi cambiamenti e incertezze e dall’accentuarsi della crisi ambientale. In questo contesto si sono affermati movimenti razzisti e populisti. L’aria ha cominciato a cambiare nel 2018, quando il Presidente francese Emmanuel Macron, rivolgendosi direttamente ai cittadini europei, ha lanciato l’idea della Conferenza sul futuro dell’Europa. L’anno dopo, alle elezioni del Parlamento Europeo, l’orientamento di ridare slancio all’integrazione europea è risultato largamente maggioritario. Fin dal suo insediamento, la Commissione Europea di Ursula Von Der Leyen ha dimostrato di avere ben chiaro l’obiettivo di un nuovo modello di sviluppo ad emissioni zero. Il Green Deal ha il merito di avere degli obiettivi chiari; non altrettanto chiara è apparsa però l’efficacia e l’adeguatezza di quel piano, a cominciare dal reperimento delle risorse necessarie. Poi si manifestarono i dubbi della Polonia e la stessa Germania a proposito della decarbonizzazione, e la difficoltà di giungere a soluzioni condivise, in sede di Consiglio Europeo, anche dove l’Unione detiene delle competenze precise (l’agricoltura, la pesca…). È stata la catastrofe sanitaria, economica e sociale del 2020 a dare la spinta necessaria per agire insieme, forzando le struttura istituzionale dell’Unione. Così c’è stata la sospensione del patto di stabilità, e poi la proposta franco-tedesca del Recovery Fund, alla quale è seguito, pochi giorni dopo, il lancio ancora più impegnativo, da parte della Commissione, del Next Generation EU, un fondo di 750 miliardi di euro finanziato con obbligazioni comunitarie. È l’embrione, per quanto temporaneo, di un potere fiscale europeo, basato su risorse proprie (carbon tax, tasse sulle transazioni finanziarie, sulle multinazionali…) in aggiunta e non in sostituzione di quelle erogate dai singoli Stati. Anche il criterio dell’assegnazione dei prestiti e dei contributi a fondo perduto è nuovo: non in relazione al reddito degli Stati ma alle specifiche necessità della loro ricostruzione. Inoltre i progetti, per essere finanziati, devono aumentare l’efficienza e la produttività degli Stati membri, devono rispettare il Green Deal ed essere realizzati entro il 2026; e saranno finanziati a tranche, in relazione al loro effettivo avanzamento. In più, per volontà del Parlamento Europeo, la loro approva-zione è subordinata al rispetto dei diritti civili negli Stati proponenti. Insomma la pandemia ha portato a superare, per quanto temporaneamente, i limiti e le difficoltà pregresse. Certo, il cammino è ancora lungo e ci potranno essere dei colpi di coda nazionali, ma intanto una prima ratifica da parte dei parlamenti dei ventisette paesi dell’Unione per adesso c’è stata. Perché il Green Deal possa essere davvero un modello di rinascita vincente e non un sogno nel cassetto, occorre che dalla Conferenza sul futuro dell’Europa esca una chiara riforma delle istituzioni e dei meccanismi comunitari, una riforma dei Trattati che consenta la nascita di un vero governo democratico della transizione.

Per il Presidente del MFE Giorgio Anselmi siamo a uno snodo fondamentale della storia europea, dopo quello dell’elezione diretta del PE e l’istituzione della moneta unica. Tutte le opzioni sono possibili, ma sta crescendo il consenso intorno alla battaglia federalista e all’esigenza dell’unione fiscale. La crisi economica del 2008/2011 non è stata risolta con misure fiscali ma con accordi intergovernativi, come per il patto di stabilità e il fiscal compact, che hanno suscitato per reazione il proliferare dei sovranismi, dei populismi e delle richieste di uscire dall’Euro. La svolta è venuta sulla pandemia, che avrebbe potuto generare drammaticamente delle risposte molto asimmetriche negli Stati e forse la fine stessa del mercato unico, e che invece ha provocato la nascita del grande piano europeo, ben più efficace di tanti piani nazionali. L’obiettivo dei federalisti è adesso far diventare strutturale e permanente quello che finora è congiunturale e provvisorio; e per far questo è necessaria la riforma dei Trattati. È una battaglia matura, finalmente, ma non scontata e difficilissima, perché compromette il principio della sovranità assoluta degli Stati. E qui c’è il nodo del controllo democratico, cioè del passaggio dagli organi intergovernativi a quelli federali. È venuto il momento di ridimensionare il ruolo del Consiglio Europeo a favore del Parlamento e della Commissione; e di costruire un Parlamento bicamerale, in cui una camera sia il Consiglio dei Ministri trasformato in una Camera degli Stati dove si voti a maggioranza. Non bastano dei begli obiettivi, ci vogliono regole e strumenti nuovi. È così anche per il clima: non bastano i buoni propositi, gli obiettivi ambiziosi annunciati dalla strategia di Lisbona. Ci vogliono le risorse concrete per attuarli, tante risorse umane e materiali, perché il cambiamento e la riconversione green hanno prezzi altissimi. Costi cui si può far fronte con l’unione fiscale, il punto su cui insistiamo noi federalisti. Abbiamo un anno di tempo per sostenere la Conferenza sul futuro dell’Europa, facciamolo con una grande mobilitazione, con le nostre cento sezioni presenti sul territorio.

Dopo questi interventi si è aperto un breve dibattito, moderato da Anne Parry e Nicola Vallinoto, incentrato soprattutto sulla domanda se l’Europa sarà in grado di rispondere alla sfida ambientale nei tempi brevi imposti da questa situazione di emergenza. Per Giorgio Anselmi dipenderà molto dalla nostra risposta, individuale e organizzata. Le crisi offrono sempre, loro malgrado, delle opportunità positive, e quelle ambientale, climatica e sanitaria possono rappresentare occasioni straordinarie di miglioramento. La Piattaforma va in questa dire-zione, se sfruttata come si deve. Ci hanno fatto credere per trent’anni che il problema fosse lo Stato, oggi comincia ad essere chiaro che per affrontare problemi mondiali bisogna mettere in campo risorse mondiali. Massimo Malcovati è convinto che “questa” Europa, così com’è, non ce la farà. Per farcela, deve cambiare. Deve attuare non solo il Next Generation EU ma tutto il Green Deal, dotandosi degli strumenti necessari. Il Green Deal è un modello interessante e positivo di sviluppo, ma quando è stato varato non ci si era posto il problema degli strumenti per realizzarlo. La crisi ha accelerato tutto, e oggi abbiamo capito che per attuare il Green Deal è necessario fare dell’Europa uno Stato in grado di intervenire sull’economia, e quindi dotato di una politica estera. La carbon tax è una buona idea, ma presuppone una grande politica estera unitaria, non 27 politiche estere singole. Se l’Europa riuscisse ad avviare questo processo, costituirebbe un esempio straordinario per il mondo intero. Anche Alessia Rotta ha ribadito questo concetto: ci vuole un’Europa organizzata come unico Stato. Forse sarà proprio il problema climatico e ambientale, che per sua natura è transnazionale, a dettare il tempo delle nuove scelte. Speriamo che questa volta l’interesse globale prevalga sugli interessi dei singoli. Abbiamo bisogno degli strumenti giusti e di una mobilitazione civile che parta dal basso. Pur usando terminologie ed espressioni diverse, nel merito i partecipanti concordano in particolare sulla necessità di cambiare l’attuale Unione Europea, con l’obiettivo di giungere ad una governance europea forte. La creazione del potere fiscale europeo, il ridimensionamento del Consiglio, in favore del ruolo del Parlamento e della Commissione, possono costituire gli elementi di svolta per la costruzione di una vera democrazia europea. La riforma dei trattati istitutivi diventa un passaggio obbligato e sicuramente il tema della transizione ecologica, che per sua natura è transizionale, potrebbe spingere verso queste scelte coraggiose.

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